✅ Blog: Corato, Trasparenza a fiducia: Marcone dà i numeri, l’Allegato “A” resta un mistero.

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L’assessore Marcone ripercorre costi già emersi, ma non chiarisce né l’assenza dell’Allegato “A” né chi siano i fornitori dei servizi.

Poi sposta il confronto su “investigazioni”, stampa e diffidenza.

 

Per circa mezz’ora, l’assessore Beniamino Marcone si prende la scena del Consiglio Comunale con un monologo dai tempi teatrali perfetti, tra costi, programmazione e digressioni.

Poi cala il sipario, ma allo spettatore resta la sensazione di non essere andato molto oltre il titolo del manifesto già presente in teatro.

 

Ci aspettavamo delle risposte.

Buona parte di quel tempo, invece, serve a ripercorrere ciò che ormai era già noto: il prospetto preventivo da 148.840 euro IVA compresa relativo al rapporto con Puglia Culture, i 75mila euro per Alex Britti, i 10mila euro per Bandabardò, altri 10mila euro per la scheda tecnica, 8mila euro per safety e security, 6mila euro stimati per la SIAE e 13mila euro per la comunicazione.

Numeri che, però, non erano immediatamente leggibili nella documentazione pubblicata.

 

La consigliera Giulia Tandoi ha spiegato in Aula di aver dovuto presentare un accesso agli atti per ottenere il dettaglio della spesa. Lo stesso Marcone lo ha riconosciuto.

 

Insomma, più che nuove informazioni, abbiamo ascoltato la ricostruzione di informazioni che qualcuno aveva già dovuto andare a cercare.

Ma proprio qui nasce un’altra domanda: perché Marcone si ferma alle macro-voci? Cosa, oggi, non è dato sapere?

 

Dopo tutta quell’“esposizione mediatica” che lui stesso lamenta, non sarebbe stata questa l’occasione migliore per sgombrare il campo da ogni dubbio e mettere sul tavolo ciò che era già possibile mostrare?

Anche perché, nella stessa Giunta, sembra esserci più di un modo di intendere la trasparenza.

 

Nella stessa seduta, parlando della vicenda Corte dei Conti, l’assessore Gennaro Sciscioli non si è limitato a dire che una risposta esisteva: ne ha indicato numero di protocollo e data, ha annunciato che l’avrebbe allegata alla risposta scritta e ha affrontato i quesiti con dovizia di particolari, spiegazioni chiare e un percorso comprensibile anche nei passaggi più tecnici.

Si può essere d’accordo o meno con le sue conclusioni, ma almeno il metodo è chiaro: domanda, documento, spiegazione, risposta.

E allora viene spontaneo chiedersi: che differenza c’è tra una trasparenza e l’altra, all’interno della stessa Giunta?

Perché in un caso si entra nel merito, si indicano le carte e si spiegano i passaggi, mentre nell’altro ci si ferma alle macro-voci e si rinvia il resto?

Se l’obiettivo era davvero fare chiarezza, forse sarebbe bastato dire tutto quello che già si poteva dire.

 

Allegato “A”, il fantasma del “dell’Opera”

C’era poi una questione sulla quale avremmo voluto ascoltare qualche parola in più.

L’Allegato “A” viene citato, richiamato e definito “parte integrante e sostanziale” dell’atto.

Peccato che, nella copia che abbiamo consultato, di sostanziale ci sia soprattutto l’assenza.

La A c’è. Ma più che per “Allegato”, sembra stare per “Assente”.

Un piccolo capolavoro amministrativo: parte integrante sulla carta, parte introvabile nella pratica.

La deliberazione di Giunta n. 182 dell’11 agosto 2026 approva infatti lo schema di accordo tra Comune e Puglia Culture proprio come Allegato “A”. Nella copia da noi esaminata, però, non compare.

Marcone, peraltro, era presente alla seduta di Giunta che approvò quella deliberazione.

Almeno lui lo avrà letto?

Dunque: dov’è l’Allegato “A”?

Sarebbe bastato spiegare perché non risulti nella pubblicazione da noi consultata e renderlo accessibile.

Quella sì sarebbe stata una risposta sulla trasparenza.

 

E i fornitori chi sono?

Marcone spiega poi che i 75mila euro destinati al concerto di Alex Britti comprenderebbero una produzione “chiavi in mano”.

Bene. Ma, a concerto concluso, resta una domanda semplice: chi ha fornito cosa?

Palco, impianti, gruppo elettrogeno e strutture non saranno comparsi in piazza per magia. Per un allestimento del genere saranno stati prodotti documenti tecnici, dichiarazioni e certificazioni riconducibili a soggetti ben individuabili.

A meno che a firmarli tutti non sia stato Mister X.

Lo stesso vale per i 13mila euro della comunicazione: foto, video, social, manifesti, comunicati e redazionali televisivi.

Possibile che l’assessore alla Cultura non sappia chi abbia svolto questo lavoro?  O, forse, non ritenga utile dirlo?

Qualche intervista l’avrà rilasciata, qualche comunicato lo avrà approvato, qualche contenuto promozionale lo avrà visto passare.

Oppure il “chiavi in mano” presupponeva una fiducia tale da non rendere necessario, per l’assessore, neppure controllare chi stesse materialmente svolgendo quei servizi?

Perché, se così fosse, il punto diventerebbe ancora più curioso: non solo non sappiamo chi li abbia eseguiti, ma dovremmo chiederci se lo sapesse davvero lo stesso assessore.

Marcone stesso parla di organizzatori e fornitori.

Dunque i nomi esistono.

Perché non dirli?

Non è un processo. È denaro pubblico.

 

Ma il problema diventa chi fa le domande

È qui che l’intervento cambia registro.

Marcone dice che la conoscenza è un valore, per poi aggiungere:

«Guai se quel valore della conoscenza viene inquinato dall’investigazione».

Poco dopo chiama in causa anche la stampa, parlando di “resoconti e interpretazioni, purtroppo, ahimè, anche a mezzo stampa” che avrebbero alimentato dubbi da lui ritenuti ingiustificati.

Sostiene inoltre che accostare cifre e voci di spesa differenti rischierebbe persino di mettere in difficoltà il “dialogo istituzionale con Puglia Culture”.

Ed è difficile capire perché chiedere come sia composta una spesa pubblica possa compromettere i rapporti fra due enti pubblici.

Se un confronto è sbagliato, lo si dimostra. Con i documenti.

 

Poi arrivano i turisti. E giù altri numeri

Per sostenere la bontà della strategia culturale, Marcone cita anche i dati turistici: +21,34% negli arrivi e +15,87% nelle presenze nel 2024, con ulteriori incrementi nel 2025.

Secondo l’assessore, questi dati sarebbero la conseguenza diretta” della strategia culturale sviluppata dal 2021.

Ed è proprio quel “conseguenza diretta” a meritare cautela.

Sapere che qualcuno ha dormito in una struttura ricettiva di Corato non significa automaticamente sapere perché sia venuto.

Un B&B può essere scelto per lavoro, matrimoni, esigenze familiari o semplicemente perché economicamente più conveniente rispetto ad altre località della zona, comprese quelle costiere.

Un pernottamento, quindi, non diventa automaticamente un visitatore attirato da Corato, da un concerto o dalla programmazione culturale.

Poi ci sono i numeri del pubblico.

Marcone afferma che i piani di safety e security “prevedevano il monitoraggio degli ingressi ai varchi”, parla di circa 2mila persone nell’area controllata e, per quelle rimaste all’esterno, fa riferimento anche a ciò che si vede nelle fotografie.

E allora: come sono stati rilevati concretamente quegli ingressi?

Esiste un conteggio ufficiale degli addetti alla safety?

Un contapersone?

Un report attendibile dei varchi?

Un documento che dica quanti fossero davvero?

Se esiste, basta mostrarlo.

Se invece oltre una certa soglia il numero nasce dalle fotografie o dalle impressioni, allora non è un dato rilevato: è una stima.

 

E la stessa domanda vale per la tanto evocata ricaduta economica sul territorio.

Come è stata calcolata? Esiste uno studio sull’indotto? Sono stati confrontati incassi, occupazione delle strutture, ristorazione e commercio prima, durante e dopo gli eventi? Oppure il ritorno economico viene dedotto dalle piazze piene e dai riscontri degli esercenti?

Una percezione positiva può essere un ottimo segnale.

Ma non è ancora una misurazione dell’indotto.

I dati possono essere corretti, ma bisogna capire quali siano rilevati, quali stimati e, soprattutto, cosa dimostrino davvero.

A questo punto la domanda è inevitabile: i numeri certi ci sono, o è Marcone che li dà?

 

Trasparenza o caccia al tesoro?

Dopo circa mezz’ora restano quindi domande semplici.

Perché il dettaglio dei costi è diventato disponibile dopo un accesso agli atti?

Perché l’Allegato “A” non compare nella copia che abbiamo esaminato?

Perché, a concerto terminato, conosciamo le categorie dei servizi ma non i loro fornitori né il prezzo delle prestazioni?

E perché, quando qualcuno approfondisce, il problema sembra diventare l’“investigazione”, la stampa o la diffidenza?

Nessuno ha denunciato un illecito.

Abbiamo letto gli atti, confrontato quelli di altri Comuni e posto domande su ciò che negli atti di Corato non riuscivamo a trovare.

I consiglieri di maggioranza possono naturalmente ritenersi soddisfatta delle spiegazioni ricevute, visto il loro “silenzio assenso”.

Ma il loro ruolo non è soltanto sostenere l’Amministrazione: è anche verificare come vengono utilizzate le risorse pubbliche e chiedere chiarimenti quando le carte lasciano domande aperte.

E invece, a tratti, tra letture farraginose di testi che sembrano preconfezionati, difese d’ufficio e dichiarazioni di fiducia, viene da chiedersi se qualcuno non abbia dimenticato una parte essenziale del mandato ricevuto.

 

Il Consiglio Comunale non è chiamato soltanto ad accompagnare l’azione della Giunta o ad alzare la mano quando arriva il momento del voto.

Ha anche una funzione di indirizzo e controllo politico-amministrativo.

E controllare significa leggere gli atti, chiedere chiarimenti, approfondire. Anche — e soprattutto — quando a governare sono quelli della propria parte.

Perché fidarsi dell’assessore è una scelta politica.

 

Controllare gli atti è un dovere istituzionale.

Se per votare basta il “credo”, senza sentire il bisogno del “vedo”, allora la domanda diventa un’altra: chi ha ancora interesse a leggere davvero quei documenti?

 

Noi, intanto, attendiamo fiduciosi.

Attendiamo la risposta alla PEC già inviata e attendiamo, magari, anche una disamina più completa e trasparente da parte dell’assessore.

 

Perché chi fa domande non può essere trasformato automaticamente in un “investigatore”, quasi che approfondire gli atti pubblici rappresenti uno sconfinamento.

I ruoli, in fondo, sono molto più semplici: la stampa legge, verifica e fa domande, come dovrebbero fare tutti i consiglieri.

Talvolta anche scomode.

L’assessore, soprattutto quando si parla di denaro pubblico, deve dare risposte.

Una domanda non diventa illegittima solo perché sarebbe stato più comodo non riceverla.

E la richiesta di trasparenza non può diventare il problema di chi domanda.

 

Se le risposte esistono, pubblicarle resta il modo più semplice per chiudere qualsiasi polemica.

Se qualcuno preferisce il “credo”, faccia pure. Noi, quando si parla di soldi pubblici, continuiamo a preferire il “vedo”.

 

Perché, se altrove si è soliti credere agli “atti di fede”, in Comune servono gli atti. Quelli veri.

 

di Cinzia Mezzina

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