✅ Blog: Corato, Consiglio comunale, oltre 11 ore tra affidamenti, cultura e conti. De Benedittis parte dalla Rivoluzione francese, Marcone dalle “investigazioni”.

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Seduta fiume a Palazzo di Città. Il sindaco evoca il Comitato di Salute Pubblica, Marcone difende le spese culturali e critica anche alcune ricostruzioni della stampa, De Scisciolo parla di “gogna mediatica”.

Nel mezzo Corte dei Conti, Tari, sport, PNRR, linee programmatiche e un’acquisizione sanante da 75mila euro per terreni occupati dal Comune anche da decenni.

 

Il sindaco Corrado De Benedittis parte da quelle che probabilmente gli riescono meglio: storia e filosofia.

E così, durante il dibattito sugli affidamenti diretti, porta per qualche minuto il Consiglio comunale nella Francia rivoluzionaria del 1793.

De Benedittis dice di avere la sensazione di trovarsi davanti a una sorta di “Comitato di Salute Pubblica”, associando a quella stagione una “presunzione di colpevolezza” per cui sarebbe l’accusato a dover dimostrare la propria innocenza. Un principio che, secondo il sindaco, sarebbe stato poi corretto da Napoleone.

La metafora politica può anche funzionare.

La ricostruzione storica, questa volta, inciampa però nella “filosofia”.

Il Comitato di Salute Pubblica fu istituito dalla Convenzione il 6 aprile 1793, mentre la presunzione di innocenza era già stata sancita nel 1789, all’articolo 9 della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino.

Durante il Terrore quelle garanzie furono certamente compresse nella pratica, ma non fu Napoleone a introdurre per la prima volta il principio opposto alla presunzione di colpevolezza.

Insomma, questa volta De Benedittis, partito dalla storia, sembra essere atterrato soprattutto nella filosofia.

Il passaggio arriva però ore dopo l’inizio dei lavori.

 

Per raccontare la maratona consiliare bisogna tornare alle 9 del mattino.

 

Preliminari tra memoria, sicurezza e polemiche politiche

Ad aprire la seduta è stato il ricordo dell’ex sindaco Ezio Quatela, con Franco Caputo che ha chiesto un minuto di silenzio e Nica Testino che ne ha richiamato il ruolo nella storia amministrativa della città, anche in relazione alla nascita del Palazzetto dello Sport.

 

Sul fronte della sicurezza, Gaetano Nesta ha evidenziato la necessità di rafforzare l’organico della Polizia locale e il presidio del territorio, sottolineando come sicurezza e welfare non debbano essere messi in contrapposizione.

 

Nicolò Longo ha invece proposto uno studio di fattibilità per una fermata della Ferrotramviaria nei pressi del futuro ospedale di secondo livello di Andria, così da facilitarne l’accesso anche da Corato e Ruvo.

 

A chiudere i preliminari, Giulia Tandoi ha criticato il discorso del sindaco pronunciato dal palco del concerto di Alex Britti durante la festa patronale, definendolo di fatto «un comizio travestito da messaggio alla città», troppo incentrato su temi politici generali e poco sui problemi concreti di Corato.

 

Subito dopo interviene la consigliera Antonella Muggeo sugli incendi della Murgia.

Chiede verifiche su prevenzione, presidio, sistemi di avvistamento e tempestività degli interventi e pronuncia una frase destinata ad acquistare un significato particolare poche ore dopo:

«Un’inchiesta seria, libera, approfondita potrebbe aiutare l’opinione pubblica a comprendere cosa sia accaduto».

Un riconoscimento esplicito del valore dell’inchiesta giornalistica che finirà per stridere con altri interventi provenienti dalla stessa maggioranza.

 

West Nile, PNRR e impianti sportivi

La consigliera Nica Testino interroga poi il sindaco sul rischio West Nile e sullo stato dei cantieri PNRR degli asili nido.

De Benedittis riferisce che dalla ASL Bari non emergerebbe una situazione tale da richiedere misure straordinarie, pur annunciando un ulteriore passaggio di disinfestazione. Sugli asili assicura invece il rispetto delle tempistiche previste.

Il tema degli impianti sportivi viene sollevato dal consigliere Filippo Tatò.

L’assessore Gennaro Sciscioli respinge l’idea di una situazione arenata, difende il lavoro svolto con le associazioni e ricorda che la ristrutturazione del Palazzetto era ormai necessaria per adeguare la struttura alle norme di sicurezza.

Nel frattempo, spiega, si stanno cercando soluzioni alternative per permettere alle società sportive di continuare l’attività.

La consigliera Giulia Tandoi apre anche il dossier dei residui attivi, elencando crediti ancora da riscuotere per spese processuali, concessioni, dividendi ASIPU, GAL, sponsorizzazioni e RSA e chiedendo un quadro puntuale sulle azioni di recupero.

Sulla zona industriale, l’assessore Antonio Diaferia comunica che le interlocuzioni sono già iniziate e che si sta predisponendo un questionario per raccogliere criticità e priorità delle imprese, annunciando un’accelerazione a partire da settembre.

 

Corte dei Conti, il consigliere Nesta incalza Sciscioli

Con l’inversione dell’ordine del giorno si arriva quindi alla Corte dei Conti.

Il consigliere Gaetano Nesta chiede chiarimenti sulla trasmissione degli atti alla Procura regionale e sui debiti fuori bilancio collegati ad ASIPU.

L’assessore Gennaro Sciscioli replica che la Ragioneria aveva già fornito le proprie osservazioni alla Corte e sostiene che una parte delle criticità sarebbe derivata da problemi di comunicazione e lettura dei dati.

Precisa inoltre che la trasmissione alla Procura delle deliberazioni sui debiti fuori bilancio costituisce comunque un adempimento previsto dalla legge.

 

Concerti, il consigliere Nesta: «Parliamo di soldi pubblici»

Si passa quindi ai costi della programmazione culturale.

Il consigliere Gaetano Nesta torna sul confronto con gli altri Comuni che hanno ospitato Alex Britti e ribadisce il punto: «Stiamo parlando di soldi pubblici», quindi ritiene necessario verificare costi, servizi compresi e convenienza delle scelte.

A rispondere è l’assessore Beniamino Marcone.

Marcone apre il suo intervento con un lungo elenco di cifre e numeri in larga parte già resi noti da altri, attraverso gli atti, gli accessi documentali e gli stessi interventi che avevano preceduto la sua risposta.

Ripercorre così i 148.840 euro IVA compresa impegnati con Puglia Culture: 75mila euro per Alex Britti, 10mila per Bandabardò, altri 10mila per la relativa scheda tecnica, 8mila per safety e security, 6mila stimati per SIAE e 13mila per comunicazione e promozione dell’intero cartellone estivo.

Secondo Marcone, inoltre, i 75mila euro per Britti comprenderebbero una produzione “chiavi in mano” con palco, audio, luci, generatori, facchinaggio, transenne, camerini, trasferimenti, vitto e alloggi.

Da qui la sua contestazione al confronto diretto con Ferrandina e San Salvatore di Fitalia.

Nel merito, però, oltre al riepilogo di quanto già emerso, non arriva sostanzialmente nulla di nuovo: nessun nuovo documento, nessun consuntivo definitivo e nessun elemento ulteriore capace, in quel momento, di chiudere documentalmente le questioni poste.

 

Marcone cambia registro: dai numeri alle “investigazioni”

Ed è proprio a questo punto che Marcone sposta il focus.

Dalle cifre e dalle domande sui costi il discorso passa rapidamente a chi quei costi ha deciso di approfondirli.

La conoscenza, afferma, è un valore. Ma aggiunge:«Guai se quel valore della conoscenza viene inquinato dall’investigazione».

E nel ragionamento entra direttamente anche la stampa.

L’assessore parla di un clima «non completamente sereno» e di “resoconti e interpretazioni, purtroppo, ahimè, anche a mezzo stampa” che rischierebbero di generare dubbi e perplessità da lui ritenuti «completamente ingiustificati» sull’operato dell’Amministrazione.

Il passaggio politico diventa così evidente: dopo un elenco di cifre e numeri già in gran parte conosciuti, senza aggiungere nel merito elementi realmente nuovi, l’attenzione si sposta dalle domande poste a chi quelle domande le ha fatte e al modo in cui sono state raccontate.

La consigliera Giulia Tandoi replica immediatamente: nessuna accusa di illecito, nessun sospetto sui margini di Puglia Culture, ma il semplice esercizio del diritto di conoscere e approfondire gli atti.

E aggiunge che molte delle informazioni fornite dall’assessore soltanto durante il Consiglio avrebbero potuto essere disponibili sin dall’inizio, senza la necessità di ricorrere a un accesso formale.

A quel punto torna alla mente proprio l’intervento della consigliera Antonella Muggeo di qualche ora prima: l’inchiesta giornalistica viene considerata uno strumento utile per fare luce sugli incendi della Murgia.

Quando invece l’attenzione si concentra sugli atti e sulle spese del Comune, il termine utilizzato diventa “investigazione”.

 

Affidamenti diretti, il consigliere Zona: «Sì, stiamo indagando»

La tensione cresce con la mozione sugli affidamenti diretti.

Il consigliere Pietro Zona chiarisce che nessuno ne contesta la legittimità, ma sostiene che lo strumento debba essere accompagnato da rotazione, congruità e, quando possibile, confronto con il mercato.

Annuncia inoltre di stare esaminando documentazione ottenuta attraverso un accesso agli atti e non arretra sul termine usato nel dibattito: «Se l’assessore dice che noi stiamo indagando, sì, stiamo indagando».

La consigliera Nica Testino insiste sulla necessità di procedure comparative quando possibile e sui rischi di un ricorso troppo esteso all’affidamento fiduciario.

 

De Scisciolo e la “gogna mediatica”

Poi prende la parola il consigliere Antonio De Scisciolo.

Premette di non voler entrare «nel merito tecnico delle procedure, delle cifre, dei contributi o degli affidamenti», preferendo «spostare l’attenzione su altro».

Una premessa singolare, considerando che il punto all’ordine del giorno riguardava proprio gli affidamenti diretti.

Il consigliere De Scisciolo parla infatti dell’«esposizione mediatica di atti, cifre, associazioni, professionisti, aziende e scelte amministrative», dei cittadini che spesso leggerebbero soltanto un titolo o poche righe sui social e arriva a denunciare il rischio di una “gogna mediatica preventiva”.

Riconosce che chi fa giornalismo ha «diritto e dovere di indagare, verificare e controllare», ma sostiene che eventuali irregolarità debbano essere dimostrate e invita a non alimentare sospetti e illazioni.

Il problema è che il suo intervento continua a spostarsi su articoli, post, costi degli eventi culturali e perfino sui “like” messi sui social da rappresentanti istituzionali.

Tanto che il presidente Francesco Edmondo Stolfa arriva a ricordargli espressamente la necessità di “rimanere conferenti all’oggetto della mozione sugli affidamenti diretti”.

Il consigliere De Scisciolo sostiene di essere comunque in tema e viene lasciato proseguire, tornando immediatamente a parlare della polemica sulla programmazione culturale.

La Presidenza individua dunque il problema di pertinenza ma non gli toglie la parola. E la polemica contro “una certa informazione” finisce così per occupare una parte consistente persino di una discussione che formalmente riguardava altro.

La consigliera Giulia Tandoi replica che il lavoro della stampa è «assolutamente legittimo e autonomo» e deve essere rispettato.

La consigliera Nica Testino definisce invece una “astuzia politica” trasformare una discussione sulla trasparenza e sull’efficienza degli affidamenti in una polemica sulla presunta gogna mediatica.

 

Il consigliere Caputo: «Informarsi non fa male»

Il consigliere Franco Caputo prova a riportare il confronto su un piano molto più pratico.

Se c’è tempo per verificare un prezzo, chiamare più operatori o conoscere il mercato, sostiene, farlo non significa accusare qualcuno ma provare a ottenere il miglior servizio al minor costo possibile.

Porta diversi esempi tratti dalla propria esperienza amministrativa e il concetto è semplice: informarsi non può diventare una colpa quando si spendono soldi pubblici.

Il consigliere Gennaro Caldara difende invece il lavoro degli uffici, ritenendo che alcuni interventi finiscano per mettere indirettamente in discussione l’operato dei dirigenti.

Il consigliere Filippo Tatò ribadisce che la mozione non contiene accuse né sospetti: chiede semplicemente più programmazione e la possibilità di consultare più operatori quando non vi siano ragioni d’urgenza.

 

Il sindaco difende gli affidamenti

È a questo punto che arriva l’intervento di De Benedittis richiamato all’inizio dell’articolo.

Lasciata la Rivoluzione francese alla premessa, il sindaco difende il principio del risultato e quello della fiducia previsti dal Codice dei contratti e sostiene che ulteriori vincoli comunali rischierebbero di ingabbiare l’autonomia di dirigenti e RUP.

Sul tema della trasparenza arriva anche una frase destinata a far discutere.

De Benedittis definisce un «concetto da cartone animato della trasparenza» l’idea che un assessore debba, per esempio, pubblicare il preventivo di un concerto. Per il sindaco la trasparenza consiste negli obblighi di pubblicazione previsti dalla legge e nel diritto di accesso agli atti; oltre, sostiene, si rischia di entrare nel terreno dell’“illazione” e della “cultura della calunnia”.

Il consigliere Franco Caputo ribadisce che nessuno vuole mettere le catene ai dirigenti, mentre il consigliere Michele Arsale ritiene che proprio l’annuncio del consigliere Zona circa gli approfondimenti in corso renda ormai superflua la mozione e conferma il voto contrario.

Il risultato finale è 16 contrari e 8 favorevoli: mozione respinta.

 

Tari, il consigliere Caputo chiede una mitigazione

Dopo la pausa si passa alla Tari.

Il consigliere Franco Caputo porta in Aula gli aumenti per le utenze non domestiche, chiedendo misure che possano alleggerire soprattutto il peso sulle piccole attività commerciali e professionali.

L’assessore Gennaro Sciscioli spiega che per il 2026 non vi sarebbero ormai gli spazi tecnici per modificare il quadro tariffario, aprendo invece a possibili correttivi nel 2027 e a interventi più strutturali con la successiva revisione del PEF.

Anche la mozione Tari viene respinta.

 

Linee programmatiche, dalla zona industriale alla cultura

Nel pomeriggio si arriva alle linee programmatiche del secondo mandato De Benedittis.

Il sindaco parla di passaggio dalla pianificazione alla progettazione: zona industriale, DPRU, infrastrutture, manutenzione, cultura, welfare, agricoltura, viabilità rurale, opere PNRR e partenariati pubblico-privato.

Per la zona industriale viene confermata l’intenzione di creare un confronto permanente con imprese, residenti e parti sociali, in continuità con quanto anticipato dall’assessore Antonio Diaferia nella prima parte della seduta.

Le linee programmatiche vengono approvate con 16 voti favorevoli e 8 contrari.

 

Sport, il tensostatico e il “piagnisteo” del consigliere Diaferia

Nella parte conclusiva della seduta si torna allo sport con l’aggiornamento del Programma triennale delle opere pubbliche e il progetto del nuovo tensostatico polifunzionale.

È qui che interviene il consigliere Pasqualino Diaferia, presidente della Commissione.

Il consigliere sostiene che il tensostatico debba essere utilizzabile non soltanto da basket e pallavolo, ma anche da ginnastica artistica e ritmica e dalle altre discipline.

Poi però il tono cambia.

Diaferia sostiene che le difficoltà attraversate dalle società di basket e pallavolo non possano essere imputate all’Amministrazione e che le stesse società avrebbero dovuto mettere in conto il rischio legato all’indisponibilità temporanea del Palazzetto, cercando anche autonomamente soluzioni alternative.

Quindi la frase che provoca le reazioni dell’opposizione:

«Sono stanco personalmente di ascoltare il piagnisteo da parte delle associazioni».

E subito dopo rilancia un altro obiettivo: la piscina comunale.

Secondo il consigliere Diaferia, è questa una richiesta storica della città sulla quale l’Amministrazione dovrebbe iniziare a lavorare, inserendola quanto prima nel Piano triennale.

Non necessariamente una piscina olimpionica, precisa, ma una struttura fruibile da bambini, adulti e persone con problemi motori, con una funzione sportiva, sociale e anche terapeutica.

Il consigliere Filippo Tatò reagisce proprio alla definizione di “piagnisteo”, ricordando che dietro le richieste delle società ci sono atleti, ragazzi e famiglie e rivendicando il lavoro svolto in Commissione per arrivare a una struttura realmente utilizzabile e dotata di pubblico.

L’assessora Valeria Mazzone chiarisce che l’area di via della Macina non sarebbe sufficiente per un vero palazzetto tradizionale, ma sarebbe compatibile con il nuovo tensostatico, progettato per arrivare a una capienza fino a circa 800 posti.

Il consigliere Franco Caputo invita comunque a non abbandonare, in prospettiva, l’idea di un impianto più grande, ricordando anche precedenti ipotesi sull’area di via Trani.

Il consigliere Pietro Zona esprime invece soddisfazione per la convergenza raggiunta sulla nuova struttura e annuncia il voto favorevole.

L’aggiornamento del Programma triennale delle opere pubbliche viene infine approvato all’unanimità dei 24 votanti.

 

Via Lago di Viti, 75mila euro al privato per sanare occupazioni che risalgono anche agli anni ’90

L’ultimo punto porta invece in Aula una vicenda amministrativa che arriva da molto lontano.

L’assessora Valeria Mazzone illustra l’acquisizione sanante di tre particelle per complessivi circa 771 metri quadrati, ancora formalmente appartenenti a un proprietario privato ma utilizzate dal Comune senza che risultino decreti di esproprio o atti di cessione.

La particella 626, di circa 200 metri quadrati, è in parte occupata dalla sede stradale e dai sottoservizi di via Lago di Viti e in parte ricade nella corte del nuovo asilo nido.

La particella 1084, di circa 500 metri quadrati, è utilizzata come sede stradale e consente anche l’accesso al parcheggio pubblico vicino alla scuola Tattoli.

La particella 1408, di circa 30 metri quadrati, è anch’essa ormai stabilmente inglobata nella viabilità pubblica.

A far riemergere il problema è stata una diffida presentata dal proprietario nel settembre 2025, dopo la recinzione dell’area esterna del nuovo asilo.

Dal confronto con il privato si è arrivati quindi alla decisione di regolarizzare non soltanto la porzione interessata dal nido, ma anche le altre aree che il Comune occupava senza titolo da moltissimi anni: in Aula si parla addirittura di una situazione risalente agli anni ’90.

E qui arriva il conto.

La somma indicata è di circa 75mila euro da riconoscere al proprietario privato: 54mila euro come valore di mercato dei terreni, 5.400 euro come indennizzo per il pregiudizio non patrimoniale, pari al 10% del valore, e altri 15.600 euro per il danno derivante dall’occupazione senza titolo, calcolato sul quinquennio precedente alla diffida.

Sul punto il consigliere Pietro Zona manifesta però alcune perplessità: rileva incongruenze catastali e pone il problema della durata del periodo da prendere in considerazione per l’indennizzo, richiamando una recente pronuncia della Cassazione.

Il dirigente risponde che le rettifiche catastali sono già state avviate e che l’Ente ha utilizzato il termine quinquennale ritenuto prevalente nella giurisprudenza, chiarendo che le successive quantificazioni avranno comunque natura gestionale.

Il consigliere Filippo Tatò e la consigliera Nica Testino pongono però un’altra questione: perché pagare anche terreni utilizzati da decenni come strada pubblica quando il Comune dispone di strumenti che, in presenza delle condizioni previste dalla legge, consentono l’acquisizione gratuita di sedimi stradali utilizzati pubblicamente da oltre vent’anni?

La consigliera Testino distingue in particolare la particella 626, per la quale riconosce la necessità di regolarizzare la posizione anche a causa dell’asilo nido, dalle altre particelle sulle quali chiede ulteriori approfondimenti.

Una vicenda che nasce dunque dalla costruzione di una nuova opera pubblica, ma che porta alla luce un problema molto più antico: porzioni di territorio utilizzate dal Comune per decenni senza che il passaggio della proprietà fosse mai stato formalmente perfezionato.

 

Dopo oltre undici ore resta una domanda sulla stampa

Alla fine della maratona consiliare, al di là delle singole votazioni, uno dei fili politici più evidenti resta quello del rapporto tra controllo, politica e informazione.

La consigliera Antonella Muggeo auspica un’inchiesta libera sugli incendi.

L’assessore Beniamino Marcone teme invece che la conoscenza venga “inquinata dall’investigazione” quando si entra nel merito delle scelte culturali e chiama espressamente in causa alcuni resoconti «a mezzo stampa».

Il consigliere Antonio De Scisciolo parla di “gogna mediatica preventiva”.

Nessuno sostiene che la stampa debba essere zittita.

Sarebbe scorretto attribuire parole mai pronunciate.

Ma una domanda rimane inevitabilmente sul tavolo:

perché l’inchiesta viene considerata utile quando guarda altrove e diventa improvvisamente fastidiosa quando guarda dentro Palazzo di Città?

Un giornale non deve dimostrare l’esistenza di un reato per avere il diritto di porre una domanda.

Può leggere determine pubbliche, confrontare atti di amministrazioni diverse, ascoltare le parti interessate e chiedere perché esistano differenze nei costi, nelle procedure o nella documentazione resa disponibile.

Se quel confronto è sbagliato, la risposta più semplice non è discutere il diritto di farlo.

È dimostrarlo con atti completi, numeri e risposte puntuali.

Perché la stampa può essere scomoda.

Ma è anche per questo che esiste.

 

Undici ore a Palazzo di Città: quando la trasparenza diventa un problema solo se guarda dentro

C’è un filo che attraversa l’intera maratona consiliare e che vale la pena tirare fino in fondo. Non è il filo dei numeri — quelli erano già pubblici. È il filo di chi, di fronte a domande legittime su soldi pubblici, ha scelto di rispondere non con atti nuovi, ma con la critica a chi quelle domande le poneva. È un filo sottile, ma resistente. E alla fine della seduta, dopo oltre undici ore, è rimasto l’unico davvero intatto.

 

La metafora storica e il suo inciampo

Partiamo dall’inizio, o meglio: dal finale che il sindaco De Benedittis ha anticipato come premessa teorica.

Nella discussione sugli affidamenti diretti, De Benedittis evoca il Comitato di Salute Pubblica del 1793 e una stagione di “presunzione di colpevolezza”. La metafora politica è chiara: chi chiede conto degli affidamenti sarebbe, nell’analogia del sindaco, portatore di una logica giacobina e giustizialista.

 

Ora il nostro intento non è certo di discutere di Storia con il Sindaco anche se potrebbero farsi puntualizzazioni sul punto ma questo non ci interessa affatto ne credo interessi i lettori facendoli ritornare alle Scuole Superiori.

Quel che interessa è invece un problema concettuale più grave.

Richiedere atti pubblici, confrontare costi, chiedere spiegazioni su procedure amministrative non è presunzione di colpevolezza. È l’esercizio di un diritto che l’ordinamento riconosce espressamente — ai consiglieri comunali, ai cittadini, alla stampa — e che non richiede né la formulazione di un’accusa né la prova di un illecito.

 

Il diritto di “investigare”: una conquista giuridica, non un’accusa

Quando l’assessore Marcone afferma che «guai se quel valore della conoscenza viene inquinato dall’investigazione», e quando il consigliere De Scisciolo denuncia una «gogna mediatica preventiva», entrambi si muovono su un terreno scivoloso.

Perché l’ordinamento italiano dice il contrario.

L’articolo 10 del TUEL — D.Lgs. n. 267/2000 — stabilisce che tutti gli atti dell’amministrazione comunale sono pubblici e che i cittadini hanno diritto di accedere alle informazioni in possesso dell’ente. Il consigliere comunale, in particolare, gode di un diritto di accesso amplissimo: la giurisprudenza è costante nel ritenere che «sul consigliere comunale non grava, né può gravare, alcun onere di motivare le proprie richieste d’informazione». L’interesse è presunto juris et de jure dalla legge, in ragione della natura politica del mandato.

Il consigliere Zona ha quindi risposto con piena coerenza giuridica: «Se l’assessore dice che noi stiamo indagando, sì, stiamo indagando». Verificare atti, confrontare costi, esaminare procedure — questo è esattamente ciò che un consigliere di minoranza ha non solo il diritto, ma il dovere di fare.

E la stampa? La Corte dei conti, in una recente delibera, ha chiarito in termini netti che «la trasparenza assume anche la finalità di contrasto alla cattiva amministrazione e alla corruzione» e che «l’inadempimento agli obblighi di pubblicazione viola il principio di open government e mina il rapporto tra privato cittadino e amministrazione, perché non consente al primo di formarsi un’autonoma valutazione critica dell’azione amministrativa». La trasparenza, in altri termini, non è un favore che l’amministrazione concede: è un diritto che l’ordinamento impone e che serve, tra l’altro, proprio a consentire quel controllo democratico diffuso che passa anche attraverso il giornalismo.

Il Consiglio di Stato in una nota sentenza ha riconosciuto l’autonomia della libertà di informazione e la posizione «qualificata e differenziata degli organi di stampa circa la conoscenza degli atti detenuti dalla P.A.». Un giornale non deve dimostrare la sussistenza di un reato per chiedere conto di una scelta pubblica. Deve semplicemente esercitare, nel rispetto delle regole deontologiche, la funzione che gli è propria.

Questa è una distinzione cruciale che nell’aula consiliare è rimasta sepolta sotto retoriche di segno opposto.

 

La trasparenza “da cartone animato” e quella reale

Il Sindaco De Benedittis definisce un «concetto da cartone animato della trasparenza» l’idea che un assessore possa rendere noto preventivamente il preventivo di un concerto.

 

Seconda precisazione giuridica. La trasparenza non si esaurisce negli obblighi di pubblicazione già adempiuti. La Corte Costituzionale ha riconosciuto che il legislatore può prevedere «strumenti di libero accesso di chiunque alle pertinenti informazioni, allo scopo di tutelare i diritti dei cittadini, promuovere la partecipazione degli interessati all’attività amministrativa e favorire forme diffuse di controllo sul perseguimento delle funzioni istituzionali e sull’utilizzo delle risorse pubbliche».

Il D.Lgs. n. 33/2013 — il cosiddetto decreto trasparenza — ha costruito un sistema di pubblicazione obbligatoria che include costi dei servizi e degli eventi pubblici, proprio per consentire quella comparazione che l’assessore Marcone ha invece definito “investigazione”.

La consigliera Tandoi ha colto esattamente il punto: molte delle informazioni illustrate da Marcone in Consiglio avrebbero potuto essere disponibili sin dall’inizio, senza ricorrere ad accessi formali.

Se la trasparenza fosse stata praticata compiutamente, l'”investigazione” non sarebbe stata necessaria. Il paradosso è evidente: più si ritarda la trasparenza sostanziale, più diventa necessario lo strumento che si critica.

 

L’acquisizione sanante: 75mila euro e una domanda rimasta senza risposta

La vicenda di via Lago di Viti è forse il passaggio tecnicamente più rilevante dell’intera seduta.

Il Comune ha utilizzato per decenni — si parla degli anni ’90 — tre particelle private senza averne mai formalizzato l’acquisizione. Nessun decreto di esproprio, nessun atto di cessione. Una situazione emersa soltanto quando la costruzione del nuovo asilo nido ha costretto il proprietario a notificare una diffida nel settembre 2025.

L’acquisizione sanante è lo strumento con cui un’amministrazione pubblica regolarizza retroattivamente l’occupazione illegittima di un bene privato, riconoscendo al proprietario un indennizzo. Il costo riconosciuto dal Comune ammonta a circa 75.000 euro, così ripartiti: 54.000 euro quale valore di mercato dei terreni, 5.400 euro per pregiudizio non patrimoniale (10% del valore) e 15.600 euro per il danno da occupazione senza titolo calcolato sul quinquennio precedente alla diffida.

 

Tre precisazioni giuridiche si impongono.

La prima riguarda la natura stessa dell’acquisizione sanante. L’istituto — già disciplinato dall’articolo 43 del T.U. Espropri (D.P.R. n. 327/2001) — fu dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 293/2010, proprio perché consentiva all’amministrazione di sanare con atto discrezionale un proprio comportamento illecito, in contrasto con il principio di legalità e con la giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo. L’articolo 42-bis del medesimo T.U., introdotto successivamente, ha ridisegnato l’istituto su basi più rigorose: richiede un’espressa valutazione degli interessi contrapposti, la prova dell’utilizzazione del bene per scopi di interesse pubblico e la corresponsione di un indennizzo al proprietario. Quando si parla di “acquisizione sanante” a Corato, si parla di questo strumento nella sua versione post-2010, non nella forma dichiarata incostituzionale.

La seconda precisazione riguarda il periodo di riferimento per il danno da occupazione.

Il dirigente ha applicato il quinquennio precedente alla diffida, ritenendolo prevalente in giurisprudenza.

Il consigliere Zona ha sollevato perplessità richiamando una recente pronuncia della Cassazione.

Il tema esiste: la giurisprudenza non è sempre univoca sulla decorrenza del termine per la quantificazione del danno da occupazione senza titolo, specie quando l’occupazione è ultra-decennale. La risposta del dirigente — che le successive quantificazioni avranno «natura gestionale» — non chiude la questione, ma la rinvia.

La terza e più rilevante precisazione riguarda la domanda posta dai consiglieri Tatò e Testino: perché pagare anche i terreni usati da decenni come strada pubblica? 

L’ordinamento prevede la possibilità di acquisire gratuitamente i sedimi stradali che siano stati utilizzati come viabilità pubblica per oltre vent’anni, in presenza delle condizioni di legge.

Se le particelle 1084 e 1408 — utilizzate da oltre trent’anni come sede stradale e accesso a un parcheggio pubblico — rientrassero in quelle condizioni, l’acquisizione onerosa potrebbe non essere necessaria, o potrebbe riguardare solo la particella 626, quella direttamente connessa alla costruzione del nuovo asilo.

La consigliera Testino ha distinto correttamente le posizioni.

Non tutto si può trattare allo stesso modo. Il punto non è solo quanto si paga, ma soprattutto se si debba pagare, e per quali terreni. Questa domanda non ha ricevuto una risposta documentale compiuta.

 

Il diritto di accesso dei consiglieri: un presidio democratico che non ammette deroghe retoriche

Vale la pena chiudere con una considerazione di sistema.

Il diritto di accesso dei consiglieri comunali è una delle più consolidate garanzie dell’ordinamento locale. La giurisprudenza amministrativa — dal TAR Campania-Salerno al Consiglio di Stato — è uniforme nel ritenere che tale diritto sia «amplissimo», che l’interesse sia «presunto juris et de jure» e che la struttura burocratica comunale non possa erigersi ad «arbitro delle forme di esercizio della potestà» del Consiglio.

Il Consiglio è l’organo di controllo democratico sull’esecutivo, non il contrario.

Definire questo controllo “investigazione” — con accezione negativa — o associarlo a una “gogna mediatica” equivale, sul piano giuridico-istituzionale, a rovesciare il rapporto tra controllore e controllato. È l’ente che deve rendere conto al Consiglio, non il Consiglio che deve giustificare le proprie domande all’ente.

 

La domanda che resta

La consigliera Muggeo ha chiesto un’«inchiesta seria, libera, approfondita» sugli incendi della Murgia. Nessuno ha replicato che quella sarebbe stata “investigazione”. Nessuno ha parlato di “gogna mediatica preventiva” per i responsabili della mancata prevenzione degli incendi.

Poche ore dopo, quando il termine “investigazione” è stato applicato all’esame degli atti sul concerto di Alex Britti e sugli affidamenti diretti, il clima è cambiato.

La domanda è semplice: la trasparenza e il controllo valgono in modo selettivo, o valgono sempre?

Un giornale non ha bisogno che un reato sia stato accertato per leggere una determina, confrontare un prezzo con quello praticato altrove, chiedere perché esistano differenze. È il meccanismo ordinario del giornalismo d’inchiesta su atti pubblici, che non è investigazione penale, non è accusa, non è gogna: è esercizio di quella libertà di informazione che la Costituzione, la giurisprudenza e lo stesso ordinamento della pubblica amministrazione non solo consentono, ma almeno a parole considerano un valore.

Se i numeri erano giusti e le procedure corrette, la risposta più efficace non era criticare chi chiedeva.

Era rispondere prima, con atti completi e dati comparabili.

Quella risposta, dopo undici ore, non era ancora arrivata.

 

di Liliana Cazzato

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