CORATO – L’intervento del consigliere Antonio De Scisciolo nel Consiglio comunale del 31 agosto merita una risposta, non tanto per la forma, già abbastanza faticosa tra un testo contorto e una lettura che non lo ha certamente aiutato, quanto per il messaggio che prova a far passare.
De Scisciolo parla di “gogna mediatica”, di atti “messi in piazza”, di cittadini che leggerebbero soltanto i titoli dei giornali finendo così per essere informati male. E lascia intendere di conoscere bene come venga fatta “un certo tipo di informazione”.
Tutto legittimo. Ma allora entriamo nel merito.
Il Consiglio stava discutendo di affidamenti diretti. Gli articoli ai quali evidentemente si riferiva l’intervento riguardavano invece patrocini, contributi e modalità di utilizzo delle risorse pubbliche.
Temi collegati alla trasparenza amministrativa, certo, ma non coincidenti.
Se qualcuno gli aveva preparato il copione, forse avrebbe dovuto allegare anche le istruzioni.
Ma soprattutto c’è un elemento che De Scisciolo sembra ignorare: prima di scrivere abbiamo fatto esattamente ciò che dovrebbe fare un giornale serio.
Abbiamo confrontato gli atti. Abbiamo verificato quanto accaduto in altri Comuni che hanno ospitato lo stesso artista. Abbiamo sentito direttamente amministrazioni e uffici coinvolti per capire costi, condizioni e servizi compresi.
Non crediamo davvero che tutti quei Comuni abbiano “messo gli atti in piazza”.
Primo, perché gli atti sono pubblici.
Secondo, perché proprio dal confronto è emerso che l’atto più sintetico e difforme era quello del Comune di Corato, nel quale mancavano anche elementi sostanziali richiamati nel provvedimento ma non allegati e quindi non immediatamente verificabili.
Su questo abbiamo fatto ciò che evidentemente dovrebbe tranquillizzare chi invoca la corretta informazione: abbiamo chiesto chiarimenti direttamente al dirigente competente tramite PEC.
La risposta, al momento, la stiamo ancora aspettando.
Cos’altro avremmo dovuto fare prima di pubblicare?
Consultare gli atti: fatto.
Confrontarli con quelli di altri Comuni: fatto.
Sentire direttamente le amministrazioni interessate: fatto.
Chiedere chiarimenti all’ufficio competente: fatto.
A quel punto mancava forse soltanto chiedere la scaletta del concerto per sincerarci dei tempi di esecuzione.
E allora parlare genericamente di “gogna mediatica” diventa piuttosto comodo.
Se abbiamo pubblicato un dato falso, lo si dimostri. Se una cifra è sbagliata, si produca quella corretta. Se abbiamo interpretato male un atto, si indichi dove.
Questo sarebbe un confronto serio.
E soprattutto da un consigliere comunale ci aspetteremmo qualcosa di diverso.
Davanti a dubbi sollevati dalla stampa, dovrebbe essere lui per primo a dire:
“Mettiamo sul tavolo tutti gli atti, tutti gli allegati, tutti i documenti e tutti i numeri. E vediamo chi ha ragione.”
Se un atto pubblicato non consente di ricostruire completamente un procedimento, la provenienza delle somme o gli elementi richiamati nello stesso provvedimento, il problema non dovrebbe essere il giornalista che fa domande.
Il problema dovrebbe essere rendere quell’atto completo e comprensibile.
Perché un consigliere comunale non dovrebbe preoccuparsi che gli atti vengano “messi in piazza”.
Dovrebbe preoccuparsi, semmai, che in piazza arrivino tutti gli atti e non soltanto una parte.
La stampa può sbagliare e, quando accade, deve correggere. Ma prima bisogna dimostrare dove sia l’errore.
Perciò, dopo tanti minuti di gogna mediatica, titoli, piazze e “certo tipo di informazione”, resta una domanda semplicissima:
dove abbiamo scritto il falso?
Se c’è una risposta, la pubblichiamo.
Noi, intanto, aspettiamo ancora quella PEC.
Il copione era pronto. Gli allegati e le risposte, evidentemente, un po’ meno.
di Cinzia Mezzina

